“Ettore e Andromaca” di Giorgio De Chirico: i manichini della pittura metafisica

Published On 11 marzo 2010 » 9209 Views» By Alice Bergamin » Arte
 0 stars
Registrati to vote!

ettandroNel 1917, anno della creazione del capolavoro “Ettore ed Andromaca”, l’Italia è in guerra e Giorgio De Chirico si trova nell’Ospedale di Ferrara dove, essendo considerato inabile all’attività, svolge un lavoro sedentario. In quell’ambiente l’artista conosce Carlo Carrà – pittore nato a Quargnento, in provincia di Alessandria, nel 1881 e fondatore nel 1910 assieme a Marinetti, Boccioni, Russolo, Balla e Severini  del movimento futurista – e tra i due nasce un sodalizio, che sfocerà nella creazione della cosiddetta “pittura metafisica“, teorizzata di lì a poco sulla rivista “Valori Plastici“.

Tale corrente è ben sintetizzata da una frase pronunciata dallo stesso De Chirico: “Schopenhauer e Nietzsche per primi insegnarono il profondo significato del non senso della vita e come tale non senso potesse venire tramutato in arte”. Il compito dell’arte, perciò, è quello di rivelare i misteri e gli enigmi della realtà che ci circonda; l’artista vede il mondo come un magnifico museo ricco di stranezze ed i suoi occhi osservano le cose come fosse la prima volta e percepiscono ciò che sta oltre la materia visibile. Le immagini, perciò, rappresentando “ciò che non si può vedere”, ossia l’inafferrabile senso che governa il mondo, creano nello spettatore sensazioni inusitate e profonde emozioni poetiche. Le atmosfere sono magiche, enigmatiche e solo apparentemente molto semplici; le raffigurazioni inizialmente mostrano una realtà che assomiglia a ciò che noi conosciamo per esperienza, mentre ad uno sguardo più attento possiamo vedere una luce irreale che colora con tinte innaturali gli oggetti ed il cielo; la prospettiva sembra costruire uno spazio geometricamente perfetto, ma invece è quasi sempre volutamente deformata, così che l’ambiente acquista un aspetto inedito; le scene urbane hanno un aspetto dilatato e vuoto, in cui predomina l’assenza di vita ed il silenzio più assoluto.

La figura del manichino, simbolo dell’uomo-automa contemporaneo (concetto elaborato per la prima volta dall’autore nel 1917 nell’opera in bronzo lucidato “Il grande metafisico”), fu ispirata a De Chirico dall’”uomo senza volto”, personaggio di un dramma del fratello scrittore Alberto Savinio. Anch’essi servono per manifestare la volontà di rappresentare la devitalizzazione: sono, infatti, forme prese dalla vita, ma che assolutamente ne sono prive, per cui generano una sensazione di mancato movimento e di congelamento – quasi una pietrificazione perenne – dei personaggi.

Quanto finora scritto è efficacemente sintetizzato nell’opera “Ettore ed Andromaca”: la coppia è rappresentata da due manichini, figure atemporali simboleggianti lo strazio del momento dell’addio dello sposo in partenza per la guerra;  la scenografia è immobile, tanto che le Porte Scee dipinte dietro la coppia e i due edifici ai lati potrebbero perfettamente rappresentare la scenografia di una qualsiasi città del mondo, in una qualsiasi epoca; la semplice massiccia presenza di tonalità rosse evidenziano la drammaticità del momento; infine, le ombre che si allungano fanno presagire allo spettatore l’ineluttabile fine.

Share this post
Tags

About The Author

2 Responses to “Ettore e Andromaca” di Giorgio De Chirico: i manichini della pittura metafisica

  1. mery says:

    è stupendo questo quadro <3

  2. Pingback: Ettore ed Andromaca performace « slasharts

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>