Giappone:Sarà ancora la più grande fabbrica di sogni?

Published On 31 marzo 2011 » 540 Views» By mariagrazia Luiso » Attualità, News dal Mondo, Storia
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Tokio 1965, il moderno rende tutto piatto e la civiltà tutto civile, dalla finestra si vede una distesa di case basse ed una strada ancora deserta, le uniformi predominano nella massa umana. Qui la fine e l’inizio dell’anno si celebrano con una festa che dura 2 sett. Qui dove vige la cultura in quanto ricerca dell’io pensante… i giapponesi sembrano infelici, ma non sanno di esserlo. Una durezza atavica e spartana caratterizza la vita di ogni giapponese. Benestanti non sono i privati, bensì le istituzioni, ricco non è il singolo,ma la collettività. Quel che dà una parvenza di accettabilità alla vita generalmente modesta è la pulizia da ospedale che regna ovunque.In Cina le persone sono costrette a pulire, qui al contrario ognuno lo fa’ volontariamente.

Le persone lavorano in silenzio e sono ovviamente disposte a fare innumerevoli ore di straordinario non pagate. Si ha l’impressione che in questo Paese esista, tra l’uomo ed il suo fare, un rapporto che è andato perduto nel resto del mondo.

La vita di ogni giapponese è dominata dalla ricerca dell’armonia; l’armonia fra individuo e il suo prossimo, l’armonia fra l’individuo e il suo gruppo.
Per molti quest’armonia è un incubo.
Ma chi sono i giapponesi?
Come popolo, sembrano essere completamente impermeabili agli influssi esterni: “ Abbiamo imparato tutte le tecniche, ma nessuna ha cambiato la nostra anima” afferma con orgoglio lo scrittoreYukio Kanasawa.
Nel 1964, 24.596 giapponesi si sono tolti la vita; 572 di questi erano bambini delle scuole elementari.
Molti scrittori pensano che l’anima giapponese sia una delusione, che non esista in fondo niente da svelare, come sosteneva lo scrittore inglese Lafcadio Hearn, o addirittura si pensa che al centro del Giappone ci sia soprattutto l’aspirazione alla morte, come sostenne il biografo Henry Scotts Stokes. Qui l’unica grandezza sta nel pensare collettivo.
Ogni giorno migliaia di giapponesi si recano in pellegrinaggio al tempio Yasukuni nel centro di Tokio.
Il tempio è formalmente dedicato alla pace, in realtà quel che lì si venera sono le anime dei 2 milioni e mezzo di soldati giapponesi morti per la patria nelle varie guerre dell’ultimo secolo.
Ogni giorno ogni giapponese comincia la sua giornata intorno alle 8.30 con un unico imperativo: lavoro, lavoro, lavoro, per terminarla intorno alle 23. Un giapponese non ha tempo per la famiglia, né il tempo di cercare la pace.  Imbevuto di spirito di “guerra” è come se avessero perso di vista l’uomo, sé stessi.

Tokio 1986
Ogni straniero in Giappone è colpito dalla continua distinzione che il popolo giapponese sottolinea fra sé e tutti quelli che non sono giapponesi. La nuova ricchezza li ha resi arroganti e la loro animosità nei confronti dei gai jin (gente di fuori) si manifesta più spesso che in passato. Presi da un complesso d’inferiorità ed uno di superiorità, si rifugiano nell’idea d’essere talmente diversi da tutti gli altri popoli da risultare perciò“unici” e da non poter essere, ovviamente, compresi da nessuno.

Ma questa loro consapevolezza di “essere giapponesi” non è stata sempre così consapevole. Fu solo a metà del XIX secolo, quando il Giappone si vide costretto ad aprire le proprie frontiere, che il Paese imparò a competere con l’Occidente e a definire la propria posizione. E’ soltanto da allora che i giapponesi si chiedono chi sono. L’idea di unicità del Giappone l’hanno presa dagli stranieri. Solo da 10anni a questa parte i giapponesi studiano una nuova materia: la teoria della giapponesità.

L’idea di trovare una teoria dell’unicità è nata durante l’epoca Meji, quando migliaia di stranieri arrivarono in Giappone per insegnare ai giapponesi i principi della tecnologia e delle scienze occidentali. Una teoria inventata come difesa psicologica contro l’influsso degli immigrati La stessa teoria è ancora presente oggi, con tanta veemenza. Da “unico” a “migliore” il passo è breve, con conseguenze discriminatorie e razziali senza confini. Il fatto stesso che non considerino la discriminazione un fatto riprovevole, la praticano loro stessi all’interno della loro società.

Marzo 2011

Oggi il Giappone è ancora il primo paese creditore del mondo, il Paese con il più alto reddito procapite, il paese che moltissimi in tutto il mondo indicano ammirati come esempio. Eppure questo gigante economico, fatto di servi fedeli dello Stato e dell’Industria, resta un nano politico. Quale contributo culturale può dare al mondo assieme alla moneta forte? Forse dopo gli eventi dell’11 marzo 2011, e prima con l’esplosione del vulcano di Oshima a ovest di Tokyo nel 1986, vulcani e terremoti vanno di pari passo così come i sentimenti di paura e di sprovvedutezza, con cui i giapponesi nascono, attraversano la vita, e danno testimonianza al mondo intero del loro infinito rigore e compostezza della dignità e disciplina che hanno assunto nel vivere drammi fulminanti, perdite di affetti e di tutto ciò che hanno conquistato in una vita intera. Nel corso dei secoli i bambini giapponesi hanno imparato a temere 4 cose: il terremoto, il tuono, il fuoco ed il padre, esattamente in quest’ordine. Nell’emergenza funzionano e sono stati educati sin dal 1945 con la guerra, poi negli anni ’70 con lo shock del petrolio ed in seguito con i terremoti, l’evacuazione di Oshima e lo tsunami nel marzo scorso ne hanno dato ampia testimonianza, con undicimila vittime, tra morti e dispersi. La loro unione è, inconsapevolmente, parte do ognuno di loro.
Il lutto sembra il frutto di una perfetta organizzazione piuttosto che della spontaneità, più un contegno rituale che naturale emozione.  Il silenzio è la misura di ogni giapponese, il letto di ogni dolore. Se negli anni ’80/’90 il Mito Giappone aveva fatto sognare milioni di persone, infondendo speranze di realizzare sogni, soddisfare desideri, icona economica e del lusso, oggi il mondo è testimone di una discesa senza eguali.
La natura non è più guardiana del loro destino e le si è rivoltata contro.
La centrale nucleare di Fukushima, è ormai fuori controllo e senza possibili previsioni di disastro a causa di possibili fuoriuscite di plutonio, che comporterebbe seri danni alla salute, secondo il premier Naoto Kan, che afferma :“ si è raggiunto un livello di radioattività di  mille millisievert/ora, pari a quattro volte il livello massimo annuale a cui può essere sottoposto un lavoratore in condizioni di emergenza.” Secondo fonti europee è già stato raggiunto il livello 6 sulla scala da 0 a 7 che rappresenta il rischio nucleare. L’incidente di Cernobyl, infatti, fu di grado 7.

E se dietro ogni porta che il giapponese apriva nel suo viaggio notturno c’era una donna che lo vezzeggiava, gli versava da bere, lo rassicurava su i suoi talenti, oggi non basta ricostruire un’autostrada in sei giorni, per dare rassicurazioni al paese, alla gente che vive ancora in quella terra, né tantomeno agli stranieri vicini e lontani. All’uomo non resta che pregare e augurarsi che l’evento catastrofico, che l’incubo plutonio non diventi realtà e non abbia effetti collaterali di dimensioni così ampie. Tokyo ha chiesto ufficialmente aiuto agli Stati Uniti e all’agenzia atomica dell’Onu.

Il Giappone sarà ricordato dall’umanità, come il mostro tecnologico che ha fatto più vittime nella storia della tecnologia nucleare mondiale?
[*alcuni eventi e descrizioni sono stati tratti dal romanzo di  Tiziano Terzani – In Asia]

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