Il bambino è un animale sociale

Published On 11 giugno 2009 » 523 Views» By Simona » Psicologia
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bambinoJohn Bowlby fu uno dei primi a porre l’accento sulle capacità relazionali del bambino, descrivendolo come predisposto a partecipare all’interazione sociale fin dalla nascita (1958).
In questa discussione verrà argomentata un’evoluzione, l’evoluzione nella considerazione di un bambino come individuo, non più isolato e orientato su se stesso e capace di aprirsi al mondo delle relazioni soltanto a seguito di acquisizioni di competenze verbali, ma un bambino rivolto attivamente verso il partner (madre o padre) fin dai primi giorni di vita.
La comunicazione faccia a faccia è il punto di partenza in quello che è un vero e proprio mondo relazionale, con un continuo fluttuare tra stati di attivazione interna e comportamenti interattivi.
Sono stati, questi, tra loro coordinati e simultanei, che accompagnano il bambino nel suo ingresso nella società.
L’interazione faccia a faccia e l’elaborazione delle informazioni sono due processi ugualmente presenti nel bambino e nell’adulto.
A conferma di tutto ciò abbiamo una serie di studi che confermano la presenza di una corrispondenza tra ciò che il bambino vede sul volto del partner e ciò che sente, con una conclusione ben precisa: il bambino riesce ad imitare l’espressione percepita nel partner a soli 42 minuti dalla nascita.
L’espressione del partner, non produce solo l’imitazione, perché a 10 mesi il bambino modifica anche lo stato interno, ci riferiamo qui al concetto di “Risonanza Emotiva” ( Davidson e coll., 1982).
Sono queste conclusioni che pur presenti negli adulti, non destano stupore, ma nel bambino richiamano tutta la nostra curiosità.
La trasmissione dello stato emotivo viene trasmessa nell’individuo anche secondo un altro meccanismo descritto da Ekman e coll. nel 1983, ovvero si è riscontrato, mediante l’attività elettromiografia (che studia l’attività muscolare) che l’esposizione a diverse espressioni facciali conduce ad una serie di reazioni muscolari nel viso corrispondenti e inconsapevoli.
Ritornando al bambino, tralasciando le ormai ripetute scoperte sulle capacità discriminative nel riconoscere odore, volto e voce della madre; e sorpassando anche le ricerche sull’apprendimento in utero che descrivono il feto come attento alle informazioni esterne e capace di riconoscerle una volta nato, farò riferimento nuovamente all’interazione faccia a faccia per richiamare il sorprendente studio di Field (1981) che fu colpito da una precisa dinamica durante l’interazione madre-bambino, quest’ultimo infatti distoglie lo sguardo dalla madre come se si concedesse delle pause. Infatti mediante la misurazione dei battiti cardiaci, Field scoprì che 5 secondi prima che il bambino distoglie lo sguardo, la frequenza aumenta rispetto ad un livello medio; nei 5 secondi dopo tutto rientra nella norma. Pare che nei momenti in cui il battito aumenta, distogliere lo sguardo sia una reazione protettiva, come se il bambino stesse riprendendo fiato. Quest’azione lo porterà ad essere nuovamente attivo nell’elaborare le informazioni provenienti dall’esterno.

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