La politica nel mondo greco attraverso lo sguardo di Pohlenz.

Published On 16 febbraio 2010 » 1549 Views» By LUXA » Libri
 0 stars
Registrati to vote!

mappa_grecia_antica

Il Greco era un uomo naturalmente socievole, come Aristotele evidenziò nella celebre espressione “Zoon politikon”(animale politico). Proprio nel mondo greco  nacque infatti il concetto stesso di politica (da polis: città) e all’istinto sociale si collegò il gusto per un ordine stabile, che portava a dare alla vita collettiva una salda organizzazione. A differenza dei popoli orientali infatti, i Greci avevano in sé una volontà di autodeterminazione che li spingeva a configurare la comunità in modo tale che ogni individuo partecipasse ai pubblici affari o svolgesse comunque un ruolo attivo nella propria comunità. Fu questo spirito a tracciare  la differenza che intercorreva fra il “cittadino” ellenico ed il suddito orientale. Che la cellula fondamentale della società organizzata fosse rappresentata dalla famiglia, ai Greci apparve sempre un fatto intuitivo. Già prima dell’immigrazione nella penisola ellenica s’era formata la tribù poi,dopo l’insediamento nell’Ellade, nacque lo Stato vero e proprio. In Omero si riscontra una concezione ancora arcaica della politica, legata al modello miceneo, dove la sorte della comunità era gestita interamente da sovrani tanto autorevoli da scatenare un conflitto. Il potere monarchico fu progressivamente limitato dai gruppi aristocratici, la cui politica egoistica comportò talora la necessità di una figura capace di sanare i conflitti interni alla città, a volte con metodi demagogici: il tiranno. Tale situazione caotica non era però destinata a perdurare. L’evoluzione politica si attuò diversamente nei vari stati. La tendenza generale portò tuttavia a far guadagnare terreno all’idea della collettività e a sostituire allo stato gentilizio una realtà politica capace di abbracciare gli interessi della comunità. Contemporaneamente si svilupparono i concetti di dike (giustizia) e nomos (ordinamento giuridico), talora in contrasto ma tesi ad armonizzarsi nell’azione politica, finalizzata all’affermazione della giustizia all’interno della comunità. Tale coscienza giuridica si concretizzò nell’unica forma statale sviluppatasi in Grecia,quella della polis, la città-stato, elaborazione tanto profondamente sentita nel mondo ellenico da identificarsi con l’idea stessa di Stato (non esisteva in Greco un termine adatto ad indicare organizzazioni nazionali differenti,come quelle barbare). Nella polis il Greco esercitava personalmente i propri diritti politici, tanto che non si preoccupò mai di istituire un sistema rappresentativo. Ne consegue che la polis non poteva essere costituita che da un territorio esteso in modo limitato. Palese risulta l’impossibilità di riunire l’Ellade in un solo stato, che avrebbe precluso l’amministrazione diretta della cosa pubblica da parte dei cittadini. Elemento peculiare della mentalità greca, la polis,  fu anche il maggiore ostacolo ad un’effettiva unificazione politica dell’intera nazione e di conseguenza fattore decisivo nel crollo dell’identità greca di fronte alla potenza macedone e all’affermazione dell’Ellenismo. In ogni cittadino della  era radicato un forte senso di appartenenza allo stato, che veniva identificato concretamente con la collettività e quindi con i concittadini, con persone in carne ed ossa a cui si era legati da vincoli affettivi, parentali o perlomeno identitari, poichè dal benessere comune dipendeva quello personale.Tale legame inscindibile aveva anche valore giuridico,in quanto al di fuori dalla cittadinanza si era fuorilegge, e spirituale, giacchè la formazione culturale e l’appartenenza religiosa si costituivano nelle strade, nelle piazze e nei luogi di culto della città stessa. La polis costituiva dunque un’unità spirituale,originata dalla natura stessa della comunità umana,una realtà perfettamente naturale senza cui era precluso il vivere civile. Tale unità politica si sviluppò storicamente in due tendenze molto diverse, che trovarono la loro massima espressione nei modelli di Sparta e di Atene. Sparta fu fondata da un popolo di stirpe dorica, che penetrò nella Grecia attorno al1200a.c., conquistò la valle dell’Eurota e sottomise gli Iloti, antichi abitatori della regione, trasformadoli in contadini privi di diritti. I nuovi dominatori, che si definivano Spartiati, presero per sé la terra migliore,lasciando quella rimanente ai Perieci,che abitavano città autonome nei pressi di di Sparta,senza partecipare all’amministrazione politica. In Sparta furono conservate le antiche forme costituzionali: la diarchia, il consiglio degli anziani e un’assemblea popolare che poteva pronunciarsi solamente con un sì o con un no. Unico elemento di progresso fu l’introduzione degli efori,  i rappresentanti delle comunità dei villaggi,con il compito di vigilare sull’osservanza dell’ordine. Nell’ottavo secolo gli Spartani conquistarono la ricca Messenia, regione destinata a insorgere in modo tanto violento da indurre gli Spartani ad acquisire la tattica oplitica che li rese celebri e a porre l’intera loro vita al servizio della difesadell’idea nazionale e della comunità. Il modus vivendi assunto dagli Spartani fu determinato da questo carattere militare, in base a cui l’esistenza del singolo si doveva subordinare all’interesse della collettività. Il tipico ordinamento politico che caratterizzò Sparta fu assunto attorno al 650 a.c.,secondo la tradizione ad opera di Licurgo. L’intera vita dello Spartiata era stabilita fin dall’infanzia, anche attraverso criteri eugenetici, ad opera dello Stato ed era rivolta alla perfetta formazione militare. L’assoluta uniformazione necessaria alla tattica oplitica veniva estesa ad ogni ambito esistenziale. Ogni manifestazione di individualismo era guardata con sospetto. Gli Spartiati si subordinavano ai valori dell’obbedienza, della gerarchia, dell’onore e dell’eroismo. Il culto dello spirito guerriero era fondativo dell’identità spartana: lo Spartiata non sentiva in alcun modo represso l’anelito alla libertà,tipico della grecità,poichè si giudicava parte di un tutto,si uniformava autonomamente ad una gerarchia da lui avvertita come naturalmente giusta. La libertà individuale poteva essere raggiunta solo all’interno dell’adeguamento all’ordine della collettività, in una concezione organicista che influenzò profondamente l’utopia platonica. La più netta antitesi di tale concezione politica ed esistenziale si può riscontrare nella polis di Atene, fondata dagli Ioni,vivace popolo navigatore originario dell’Asia Minore. La democrazia ateniese si costituì attraverso tappe progressive a partire dalla monarchia di Pisistrato attraverso le figure di Clistene, fondatore della democrazia ateniese, e del legislatore Solone, per raggiungere il proprio apogeo nell’età d’oro del 5 secolo, sotto l’egida periclea. Tutte le decisioni importanti erano poste nelle mani dell’assemblea popolare, in cui ogni cittadino,raggiunti i vent’anni, poteva esprimere il suo voto e prendere parola; un consiglio di cinquecento membri, sorteggiati ogni anno, si occupava del disbrigo degli affari correnti; tutti i magistrati erano sorteggiati, mai eletti; anche l’amministrazione della giustizia veniva esercitata da giudici estratti a sorte fra tutti i cittadini. L’azione del governo spettava pertanto al popolo, in uno spirito democratico descritto eccellentemente da Tucidide nella narrazione del discorso pronunciato da Pericle in onore dei caduti ateniesi nel primo anno della Guerra del Peloponneso. La libertà di comportamento è tratto distintivo della spiritualità ateniese, posto da Pericle in netta antitesi rispetto all’identità spartana. La libertà della vita privata si accompagnava tuttavia ad un forte senso dello Stato e della responsabilità nei confronti della comunità. Pericle, così come gli Spartani, concepiva lo Stato come l’ente spontaneo e naturale cui il singolo apparteneva, ma allo stesso tempo introdusse tra i fini della polis il diritto dell’individuo alla libera espressione della propria individualità, concetto moderno che deve però essere nettamente distinto tanto da una concezione di difesa di diritti umani(sconosciuti al politico ateniese, consapevole soltanto , in quanto uomo del suo tempo, dell’esistenza di diritti del cittadino) quanto da una concezione liberale (che difende l’individuo e la sua vita privata dallo Stato, in cui invece l’Ateniese era chiamato ad integrarsi armoniosamente). Durante la Guerra del Peloponneso ad Atene lo scontro politico fra la fazione oligarchica e quella democratica si radicalizzò e all’interno della polis sorsero duri scontri egoistici suscitati dalla guerra ma prodotti più profondamente da un mutato atteggiamento dell’individuo di fronte allo Stato. La valorizzazione nel corso del conflitto di forti personalità politiche e lo sviluppo in ambito filosofico della scuola sofistica fecero sorgere una concezione marcatamente individualista, in netto contrasto con l’importanza rivestita dalla collettività in tutta la cultura greca precedente. Da comunità fondata sulla legge naturale, anche lo Stato si trasformò in un’istituzione umana prodotta dalla storia, in un corpo artificiale frutto di teorizzazioni astratte, come evidenziato da Platone nella Repubblica. In tale contesto di difficoltà politica, ma anche esistenziale, apparve la figura di Socrate, il quale, benchè rinviasse l’azione dell’uomo al proprio Io e non più alla subordinazione alla comunità, non riteneva, come i sofisti, che esso fosse misura delle cose, ma evidenziava l’esistenza di principi  oggettivi, obbiettivi, universali, in antitesi al relativismo ed all’individualismo imperanti ad Atene.  Lo spirito socratico fu ripreso da Platone che proclamò la convinzione che non si debba commettere ingiustizia per nessuna ragione, in quanto essa mina i fondamenti della convivenza sociale. Platone, dopo la delusione della partecipazione attiva a una vita politica ormai corrotta e degenerata, priva di principi morali, si propose come scopo della sua vita, di risvegliare l’antico spirito della polis che la giovane generazione aveva smarrito. Non restava altra possibilità che ricostruire la polis dalle fondamenta, in modo che fosse impregnata dall’etica socratica e dalla conoscenza della vera destinazione dell’uomo. Da tale aspirazione sorse la grande utopia politica di Platone, la Repubblica, ma anche l’amara delusione dovuta all’inattuabilità del proprio progetto nella contingenza storica ateniese e siciliota. La crisi del sistema politico greco procedette in maniera irreversibile, forse interrotto per breve tempo da un tentativo di reazione contro l’attacco da parte della potenza macedone, destinata con Filippo e poi con Alessandro Magno, a sottomettere l’Ellade, segnando l’avvento di una nuova struttura politica,profondamente distante dalla sensibilità greca: il regno. L’uomo Greco in epoca ellenista,ormai privo dei diritti politici, si disinteressò progressivamente dei problemi della comunità per dedicarsi alla speculazione sulla morale individuale. In che misura la città-stato libera e indipendente fosse per gli Elleni la condizione stessa della vita,lo dimostra con drammatica evidenza il successivo sviluppo della loro storia. L’ellenismo portò la cultura greca a dominare il mondo,ma la vera forza vitale e creatrice del popolo greco andava esaurendosi. Dopo il terzo secolo a.c. si incontrano ormai pochi uomini di pura razza ellenica che abbiano prodotto qualcosa di veramente grande.

fonte:”L’uomo greco” di Pohlenz

Share this post
Tags

About The Author

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *