Per Ferrara “Sette punti nelle prossime due partite”: solo così potrà salvarsi

Published On 30 dicembre 2009 » 342 Views» By cronachebianconere » Sport
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Sette punti nelle prossime due gare”. Esordì pronunciando queste parole, con il suo stile ironico, Ciro Ferrara. Era il 18 maggio scorso e l’attuale allenatore della Juventus si apprestava a guidare la squadra bianconera nelle ultime due partite di una stagione tribolatissima, al posto dell’esonerato Claudio Ranieri. Sette punti nelle prossime due gare”: era l’impegno preso dallo stesso Ferrara per portare la Juventus in Champions League passando direttamente dalla porta principale, evitando le forche caudine dei preliminari, con il rischio di perderli e rovinare una stagione – la successiva – prima ancora che avesse inizio. Con tutto quello che, nel caso, avrebbe potuto comportare: minor introiti; minor prestigio (che sia stata un’avventura straordinaria o meno, monsieur Blanc, la serie B non ha certo aiutato in tal senso); la partecipazione alla più povera Europa League (ora dove siamo?); una rosa troppo ampia da gestire in relazione agli effettivi impegni; una preparazione estiva “molto” anticipata, con la reale possibilità di arrivare a corto di fiato al termine della stagione che precede i mondiali in Sudafrica.
Sette punti nelle prossime due gare”: era una semplice battuta, simpatica, forse preparata prima della conferenza stampa di presentazione del neo allenatore, ma che da sola era servita a dare quel pizzico di buonumore necessario in un ambiente diventato sempre più cupo e troppo poco juventino. Una realtà divisa tra bilanci, consigli di amministrazione divenuti più importanti (e reclamizzati) delle partite di cartello, un allenatore (Ranieri) giudicato troppo “yes-man” e lontano dalla storia bianconera, laddove – uno dopo l’altro – tutti quelli che ne erano stati i protagonisti venivano respinti o allontanati. E con loro le recenti vittorie. Ne arrivarono sei, di punti, e furono sufficienti.
Ferrara venne confermato alla guida della Juventus e – dopo un inizio confortante – arrivarono i primi intoppi, le prime incrinature in un progetto pronto a far acqua da tutte le parti. Le difficoltà incontrate in Europa, simili a quelle vissute da Inter e Milan, non destavano eccessiva preoccupazione: squadra nuova, allenatore nuovo. Era necessario del tempo, per amalgamare il tutto. Quando poi i risultati hanno fatto cattiva compagnia alle prestazioni deludenti anche nel giardino della serie A italiana, il risveglio è stato traumatico.
Sette punti nelle prossime due gare”: sono quelli che adesso Ferrara dovrà portare a casa se vorrà continuare a rimanere alla guida della Juventus per il resto di questa stagione. Con gli incontri di Parma (in trasferta) e Milan (in casa) che decreteranno la sua sorte di allenatore in casa bianconera. L’impressione, attuale, è che sia una storia con un finale già scritto: manca solo la data. Nel frattempo è tornato, nel ruolo di vicedirettore generale, Roberto Bettega. Vicedirettore: il direttore, quello che è anche amministratore delegato e presidente, non aspetta altro che risultati da presentare al popolo, quello che “è sovrano” quando di mezzo non c’è lui. Era così, invece, quando al centro del mirino si trovava Claudio Ranieri. Troppo facile, per monsieur Blanc: se Bettega riuscirà a risollevare le sorti della baracca, il merito sarà del “progetto” da lui disegnato la scorsa primavera-estate; se non arriveranno, avrà potuto dimostrare che neanche l’amato Bobby-gol è riuscito nell’impresa di vincere qualcosa; se Ferrara dovesse essere elegantemente allontanato prima del termine della stagione, la responsabilità della scelta non cadrà su di lui, ma soltanto sulle spalle di chi ne ha dovuto ingoiare un bel pò pur di tornare a lavorare per la squadra che ama e per la quale ha accettato di assumere ampi poteri nell’area sportiva anche nella funzione di “vice”. I tifosi non sono stupidi: non le erano prima, quando i video degli incontri si vedevano soltanto in televisione la domenica sera ed in qualche partita di coppa e si viveva con l’audio delle radiocronache e le immagini delle figurine; non lo sono a maggior ragione oggi, dove, grazie ad internet (e non solo) si riesce ad arrivare ovunque. “Sette punti nelle prossime due gare”: non basteranno comunque ai sostenitori della Juventus. Rimarrebbe la certezza di tifare per una squadra che non ha, alle proprie spalle, una dirigenza in grado di reggere le promesse che puntualmente propone, ma che altrettanto puntualmente non riesce a mantenere. “La società andrà ad organizzarsi e rinforzarsi quando ci sarà bisogno, ho la capacità di prendere decisioni in un senso o nell’altro. Anche se ho letto cose diverse credo che come siamo adesso andiamo bene”. Era il 13 dicembre scorso. Chi pronunciò queste parole fu, manco a dirlo, Blanc. Dopo pochi giorni arrivò l’annuncio del rientro di Bettega alla Juventus.
Il calcio è una brutta bestia: ha regole banali, è relativamente facile da praticare, i meccanismi principali sono di facile comprensione. Ma guidare una società dal calibro mondiale come la Juventus non è una cosa da poco. Non basta la quantità delle ore lavorate e dell’impegno profuso: ci vuole la qualità. Se manca in società, viene difficile pensare come la si possa vedere in campo. Anche l’arrivo di giovani dal sicuro talento (Diego su tutti) finiscono con l’essere schiacciati e risucchiati dall’improvvisazione e dall’incertezza generale. Per guidare con profitto un’équipe come la Juventus, ci vuole professionalità ed esperienza ai massimi livelli: non è un’azienda, è un pezzo di storia del calcio mondiale, intrisa di vittorie leggendarie, sconfitte, cadute e risalite, epopee vincenti e periodi di vacche magre. O la si ama o la si odia: non esiste la simpatia. Quella accompagna i perdenti, assieme alla pena. Chi è juventino sa di essere “solo”, assieme ai suoi fratelli, contro il mondo intero. L’unica cosa che può ottenere è il rispetto: la simpatia no, quello non rientra negli obiettivi. Né stagionali, né a lungo termine. Il problema non è essere francesi o italiani: il problema è essere juventini. Michel Platini, al proposito, coniugò le due cose. “Boniperti dice la sua Juve ha vinto tanto? Sì, è vero ma perché non va a Madrid a vedere i trofei del Real? La verità è che la Juve non deve mai guardarsi indietro, ma pensare sempre al successo che verrà” (Giovanni Agnelli). Ci sono battaglie (sportive, il campionato di serie B) che si possono anche combattere insieme. Ci sono guerre (sportive, la ricerca di vittorie nelle competizioni che contano) per le quali non avrebbe neanche senso iniziare la contesa: troppo facile prevederne la Waterloo. Vero, monsieur Blanc Napoleone?


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